cultura
di alcune considerazioni linguistiche e culturali
di Piero Pastoretto

Talune osservazioni - tra l'ingenuo ed il bislacco - sull'ignoranza dei mezzi di comunicazione mi inducono a conclusioni amare sull'esterofilia degli Italiani e la loro vergognosa 'fobia' nei confronti della lingua madre e di tutto ciò che attiene alla propria identità nazionale. La cosa nasce da un fatto di cronaca, per la precisione l'omicidio di Perugia, in cui è coinvolto l'ivoriano Guede.

Colti di sprovvista, i lettori dei tg prima hanno pronunciato questo cognome Ghède, poi, per darsi un tono ma ignorando del tutto la fonetica francese, sembra si siano messi d'accordo nel leggere Ghedé. Dunque, secondo loro, la dizione corretta di Voltaire sarebbe Volteré, e quella di Robespierre, per gli addetti ai lavori, sarebbe Robespierré.

Questa idiozia, e la figuraccia che ne consegue, poteva ben essere evitata solo che i lettori dei tg si fossero rivolti a qualcuno che il francese lo conosce, magari uno dei tanti e remuneratissimi inviati a Parigi. I casi in sostanza sono due: o Guede è un cognome francese, ed allora va letto Ghède; o più probabilmente è di origine locale ed allora, non conoscendo la lingua del posto, non avrebbero commesso alcun peccato mortale se l'avessero pronunciato Guede come si scrive. Ma questa soluzione semplicissima e consona alla nostra buona vecchia lingua è contrastata dal noto disprezzo, diffuso in ogni piega della cultura nazionale, per ciò che sa troppo di italiano, e dalla ridicola ansia di mantenere inalterate le parole straniere per non apparire 'provinciali'. I cognomi, lo sappiamo tutti, non vanno tradotti e rimangono tali e quali; ma che dire dei nomi propri? La loro traduzione è facoltativa (ad es: Massimiliano, ma anche Maximilien Robespierre), ma oggi è assolutamente esclusa. Prendiamo il caso Sarkozy, che, di regola, dovrebbe essere letto Sarkòzy, perché di origine polacca: qualcuno mi spiega la ragione per cui dobbiamo sentire Sesilià invece di Cecilia, o Nicolà al posto di di Nicola? Il Presidente francese, dal canto suo, non si fa certo una colpa nel pronunciare Prodì o, come ho sentito di recente, Gianfrancò Finì. E gradirei anche conoscere il perché, qualche anno addietro, si leggeva Diana, ed oggi è d'obbligo invece Daiana; e già che ci siamo, anche perché il Re di Spagna è rigorosamente riportato come Cuàn Carlos e non Giovanni Carlo, alla maniera di Elisabetta (e non Elisabeth) e di Filippo (e non Filip).

Anche nell'uso degli acronimi ci distinguiamo dai nostri cugini francesi. Facciamo un esempio: quando nel 1945 furono fondate le Nazioni unite, non ci vergognavamo ancora del nostro italiano, ed infatti ancor oggi diciamo ONU, e non UNO come gli anglosassoni. Nel 1949, soltanto quattro anni dopo, veniva fondata la NATO, ma già non ci sognavamo più di chiamarla OTAN (Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord) alla maniera dei Belgi e dei Francesi. Il culmine dell'esterofilia - ma io preferisco italofobia - linguistica si raggiunge in campo medico. Non credo che tutti conoscano il significato inglese di AIDS (aquisited immuno-deficiency syndrome), e non vedo cosa ci sarebbe di male se, alla maniera dei transalpini, usassimo l'acronimo italiano molto più comprensibile di SIDA (Sindrome di Immuno-Deficienza Acquisita).

Ma voglio avanzare ancora un'ultima questione. Aiuto! Non solo siamo assediati dai nomi stranieri (quando saremo obbligati a sentire Carlà Brunì?), da parole e sigle inglesi (tutto il linguaggio del computer, a partire dal nome stesso) o storpiate da quella lingua (come ad es: chattare, verbo che 'più brutto non si può'); ma adesso - se si vuol essere alla moda - bisogna persino abbandonare il lessico consolidato della nostra lingua e parlare come i bambini.

Certo tutti avranno notato che, per strappare un pathos maggiore dalle notizie, i mezzi di comunicazione (pardon, i mass-media, altrimenti corro il rischio di non essere capito) sostituiscono sistematicamente i dignitosi termini italiani - tra l'altro derivati dal latino - di padre e madre con le parole infantili, ed usate solo nel linguaggio famigliare, mamma e papà. La cosa non è disdicevole se si tratta di genitori di bambini, ma sentir parlare di "papà" e "mamme" di adulti, od addirittura di persone anziane (il colmo è stato raggiunto a proposito della novantasettenne mamma Berlusconi), è del tutto insopportabile. Nell'ambito della famiglia io posso tranquillamente chiamare 'mamma' mia madre, anche se centenaria; ma è dall'età di dieci anni che con gli altri, riferendomi a lei, la definisco 'mia madre'. Se andiamo di questo passo, mi seccherebbe molto dover invitare gli amici non più per cena ma per la pappa; ed anche riformula le mie preghiere adottando Santa Maria, mamma di Dio e Papà nostro che sei nei cieli.