
speciale Gabriele D'Annunzio Ancora a settant'anni dalla morte (1 marzo 1938), Gabriele D'Annunzio continua ad essere il grande emarginato delle lettere italiane. Il centenario della nascita, nel 1963, passò completamente sotto silenzio, salvo un convegno in cui numerosi convitati spararono a zero sul poeta e la pubblicazione di un'opera che era rimasta inedita. Da qualche anno a questa parte la critica, anche quella dichiaratamente gramsciana, ha iniziato a rivalutare la sua opera, o per lo meno parte di essa. Il rifiuto è per l'uomo D'Annunzio, il personaggio, e non per questioni meramente politiche. Luigi Pirandello era dichiaratamente fascista, per di più iscrittosi al partito all'indomani del delitto Matteotti, quasi a sorreggere un regime che sembrava dovesse essere spazzato via dallo sdegno popolare. Di D'Annunzio non si può dire che fosse fascista, casomai erano molti fascisti della prima ora ad atteggiarsi a dannunziani. Il Governo lo aiutò a costruire a Gardone Riviera il suo mausoleo ante mortem, ma ci piazzò dentro un funzionario di polizia a tempo pieno con l'incarico di controllarlo. "Finalmente!" esclamò Mussolini quel primo di marzo quando il funzionario gli telefonò la notizia della dipartita. D'Annunzio, fin quando non sentenziò "fa' di te stesso un'isola", mise in atto strategie di promozione della propria opera che non avevano nulla da invidiare alle tecniche di marketing culturale di oggi. Già in occasione del suo primo libro di versi fu diffusa artatamente la notizia che il giovanissimo poeta era tragicamente perito. Tutto il resto della sua esistenza fu sulla stessa linea, una promozione continua dell'opera attraverso gli avvenimenti della vita. L'imperativo "fa' della tua vita un'opera d'arte" fu da lui pienamente rispettato. Giovanissimo cronista mondano riteneva che per scrivere meglio dovesse vivere come i dandy dei cui eventi dava resoconto, così da riempirsi di debiti. Una costante, quella di indebitarsi e di cercare di sfuggire alle pretese dei creditori, che lo accompagnerà fino alla vecchiaia, tanto che per un certo periodo dovette andare "esule" in Francia. Huysmans, lo scrittore che con il suo "A rebours" aprì in tutta Europa la strada al Decadentismo, visse in realtà da modesto impiegato. D'Annunzio, lo scrittore italiano più aperto alle nuove tecniche e idee, ben più di Oscar Wilde coniugò decadentismo e vita quotidiana, affittando a Firenze una sontuosa villa, "La Capponcina", accanto a quella della sua amante del momento, la grande Eleonora Duse, alloggiata nella villa ribattezzata "La Porziuncola". Arte e vita. Sono di quel periodo romanzi come "Il Piacere" e gli altri di impronta decadentistica e le liriche del "Poema paradisiaco", ma anche dell'"Isotteo" e de "La Chimera", queste due ultime raccolte inizialmente sotto il titolo di "Isaotta Guttadauro". Il suo amico Scarfoglio pubblicò un "Risaotto al Pomidauro" e la cosa finì in duello. Ferito alla testa, D'Annunzio fu frettolosamente curato con una lozione cauterizzante che gli fece irrimediabilmente perdere la fluente capigliatura. "Il figlio di Iorio", rappresentato da Eduardo Scarpetta subito dopo il successo de "la figlia di Iorio", finì invece in tribunale. La sentenza scontentò ambedue; D'Annunzio perché sperava che una condanna per plagio, con relativo risarcimento, gli avrebbe permesso di tacitare qualche creditore, Scarpetta perché il giudice sentenziò che si trattava di una semplice parodia senza pretese, non in grado di indurre in errore il pubblico. Da un viaggio in Grecia nacque "La città morta", tragedia in prosa che scandalizzò i bempensanti per il temo dell'incesto. A scandalizzarsi, prima, fu il suo traduttore francese, il tranquillo professore di liceo Hérelle, quando, durante il viaggio, si trovò ad assistere, dalla barca, ai bagni che D'Annunzio, Scarfoglio e il pittore Michetti prendevano nudi, ad imitazione dei pescatori di spugne dell'Egeo. Dopa la lettura di Nietzsche finì la fase decadentistica e iniziò quella superomistica. Al decadente Andrea Sperelli de "Il piacere" fece seguito il superuomo Claudio Cantelmo de "Le vergini delle rocce". In teatro fu rappresentata "La nave", forse il peggior testo drammatico dannunziano, in poesia nacquero i libri delle "Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi", il quarto dei quali, "Merope", fu inizialmente pubblicato come "Le canzoni delle gesta d'oltremare", ma fu sequestrato per alcuni versi antiaustriaci nella "Canzone dei Dardanelli". Fu allora che Angelo Sommaruga, direttore ed editore di quel quindicinale "Cronaca bizantina" in cui aveva esordito come giornalista il diciottenne D'Annunzio, andò a trovare il poeta ad Arcachon, proponendogli di ristampare la Canzone dei Dardanelli, con i versi incriminati aggiunti a penna dall'autore. Ma non se ne fece nulla. Sommaruga era stato il più moderno editore di periodici della fine del secolo, ma aveva perso tutto a seguito di un processo istruito con motivazioni del tutto gratuite contro una testata amata dai migliori scrittori dell'epoca, Carducci compreso, ed era emigrato in Argentina. Per unire arte e vita in senso superomistico Ariel dovette attendere un po', esattamente lo scoppio della Grande Guerra. Alla non più verde età di cinquantadue anni poteva limitarsi al famoso discorso sullo scoglio di Quarto e a far vedere in giro le stellette di sottotenente dei Lancieri di Novara, ma volle fare della guerra un'altra opera d'arte. Si ebbero così la Beffa di Buccari e il Volo su Vienna. A Buccari i MAS, Motobarche Armate Svan o Motoscafi Anti Sommergibili, ribattezzati Memento Audere Semper dall'Immaginifico, andarono a stanare la flotta austriaca, intenta a salvaguardare "la gloriuzza di Lissa", come ebbe a dire il Vate; su Vienna lanciò manifestini, non passandogli nemmeno per la testa l'idea di lanciare granate. Poi venne l'impresa di Fiume. Al di là del discutibile metodo messo in atto, Fiume era effettivamente una città italiana, sia pur con minoranze ungheresi, austriache e croate, assegnata alla Yugoslavia nata a Versailles. A Fiume il Comandante fu l'ultimo dei signori rinascimentali, disegnando stemmi e divise, inventando motti ed arringando le folle. Aveva anche ipotizzato ulteriori colpi di mano su altre città della costa a maggioranza italiana, Ragusa, Sebenico, Traù, ma i reparti italiani che occuparono la città non gliene diedero il tempo. La reggenza del Quarnaro finì senza che i legionari provassero a difenderla, dietro specifiche disposizioni; i maligni dissero perché voleva imitare Garibaldi all'Aspromonte, ma in realtà D'Annunzio volle semplicemente evitare un inutile bagno di sangue. La Reggenza del Quarnaro non fu uno stato fascista ante litteram e nemmeno conservatore. A Fiume si erano riversati i tipi più alternativi d'Europa, giovani in cerca di emozioni, nobildonne russe vere e finte, teste calde che non sapevano che fare in tempo di pace, sognatori politici ed avventurieri di ogni tipo. Fu l'unica città italiana ad avere il divorzio prima della legge Fortuna—Baslini e fu tollerata anche l'omosessualità, con giovani legionari che se ne andavano a spasso mano nella mano come guerrieri omerici. Fiume fu l'ultimo momento in cui l'arte e la vita dell'"Amante inimitabile" si trovarono intrinsecamente unite. Poi il lungo declino nella villa santuario.
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