cultura
quando arriveremo a Siviglia?

Alle tre del pomeriggio di un giorno del finire dell'inverno di settanta anni fa, Antonio Machado moriva nell'albergo Bougnol-Quintana, a Colliure, in Francia.

Solo pochi giorni prima, il poeta aveva attraversato la frontiera francese in compagnia di un fratello, José, e della sua anziana madre, la quale, nella confusione della fuga, credeva che stessero tornando nella loro città natale e non faceva altro che domandare: "Quando arriveremo a Siviglia?".

Il poeta e la sua famiglia erano parte di quei cinquecentomila spagnole che nel febbraio del 1939, alla fine della guerra civile, scapparono dalla Spagna verso la Francia, fuggendo dalle truppe franchiste che avevano occupato la Catalogna.

Si trattava di gente che visse una delle odissee più drammatiche del Novecento. Molti di loro, dopo i campi di concentramento francesi, conobbero quelli di sterminio tedeschi, altri si trovarono a combattere su tutti i fronti della Seconda Guerra Mondiale.

I soldati spagnoli furono tra i primi ad entrare a Parigi e ad addentrarsi in Germania; alcuni tornarono clandestinamente in Spagna, per finire in carcere o davanti al plotone di esecuzione.

Il poeta Antonio Machado, minore di un anno del drammaturgo Manuel, detto Manolo, ma sicuramente maggiore per importanza letteraria di suo fratello, ebbe una vita funestata prima dalla morte della giovanissima moglie Leonor, poi dalle traversie della guerra civile.

La sua produzione poetica, tra le più importanti del Novecento, e non solo del Novecento letterario spagnolo, è quasi completamente ascrivibile al periodo antecedente alla morte della moglie.

Poi non fu altro che raccoglimento ed isolamento sociale.