
storia
Centocinquanta anni fa, il 24 giugno del 1859, veniva combattuta la battaglia di Solferino che sanzionò la fine del plurisecolare potere imperiale sull'Italia, aprì la porta dell'Unità e sanzionò la vittoria del Risorgimento. Cinquanta anni fa, in occasione del primo centenario, gli italiani, usciti dalla guerra da meno di quindici anni, sentirono la data con molta partecipazione; due anni dopo, nel marzo del 1961, milioni di case furono imbandierate in occasione del centenario della proclamazione del Regno d'Italia, molto più di quanto accadrà poi per le due vittorie ai mondiali o, con le bandiere arcobaleno, per la guerra dell'Iraq. Oggi i tempi sono cambiati, nella scuola primaria, mal imitando il Braudel e la sua microstoria - che nelle intenzioni dello storico francese serve per comprendere meglio la macrostoria - spesso si fa lezione intervistando i nonni su cosa mangiavano da ragazzi ed il Risorgimento ha perso quella centralità dell'insegnamento, anche a livello medio e superiore, che aveva un tempo. Se poi ci mettiamo i settentrionali che maledicono Garibaldi perché andò a liberare i "terroni" e i meridionali revisionisti che ricordano le atrocità dei "piemontesi" nella lotta al Brigantaggio, si può ipotizzare un 2011 in completa sordina. Tornando alla battaglia, che un tempo veniva definita "di Solferino e San Martino", per mettere più in evidenza il contributo dell'Armata sarda, ma che è più giusto chiamare semplicemente Solferino, sottintendendo che molte furono le località interessate, si trattò di una delle ultime grandi battaglie di movimento e l'unica del secolo XIX, dopo l'epopea napoleonica, a cui presero parte soldati di tante etnie. L'Armata sarda, oltre ai piemontesi, ai liguri ed ai sardi, comprendeva i savoiardi, soldati di millenaria fedeltà alla famiglia reale, e numerosissimi volontari giunti da tutti gli stati italiani e l'esercito francese schierava per la prima volta soldati coloniali, molti dei quali inquadrati tra quegli zuavi che si distinsero per i terribili assalti alla baionetta. L'esercito imperiale, da parte sua, schierava il solito crogiuolo di popoli, austriaci, ungheresi, boemi, croati, polacchi, bosniaci e italiani. Gli italiani erano presenti in molti corpi, ma quelli che si distinsero di più furono i fanti del reggimento Arciduca Sigismondo n. 45, arruolati nel Veronese, e del reggimento Barone De Werhardt n. 16, arruolato nel Vicentino. Ambedue i reggimenti ebbero un numero altissimo di decorazioni ed il secondo fu particolarmente citato nel bollettino imperiale per l'eroismo dimostrato. Non bisogna scandalizzarsi di questo, perché erano ragazzi convinti di stare dalla parte della legittimità dinastica. Sette anni dopo, al termine della sfortunata, per noi, battaglia navale di Lissa, dalle navi austriache si levò alto l'urlo "Viva San Marco!"; i marinai erano in massima parte veneziani. Forse Solferino fu l'ultima grande battaglia della storia i cui i Capi di Stato diressero personalmente le operazioni; su campo ce ne furono tre, l'Imperatore d'Austria- Ungheria Francesco Giuseppe, l'Imperatore dei Francesi Napoleone III e l'ancora re di Sardegna Vittorio Emanuele II. Quest'ultimo si guadagnò i gradi di caporale degli zuavi francesi per acclamazione, per la decisione dimostrata gettandosi negli assalti come un ufficiale subalterno. Dopo di allora i Capi di Stato hanno il comando nominali degli eserciti, ma il potere effettivo viene detenuto da un generale capo di stato maggiore. Si dice che furono le enormi perdite di uomini a far riflettere Napoleone III ed a convincerlo a firmare l'armistizio di Villafranca o che in realtà il Bonaparte ebbe paura che, cacciati definitivamente gli austriaci, l'Italia diventasse una nuova potenza nel Mediterraneo. Comunque fosse, morti e feriti furono veramente tanti da ambedue le parti, quasi trentamila su duecentotrentamila combattenti, e proprio quel giorno lo svizzero Henry Dunant ebbe l'idea di un'organizzazione al di sopra delle parti e rispettata da tutti i combattenti. Per emblema invertì i colori della sua bandiera e nacque così la Croce Rossa. Dunant comunque si rifaceva alle idee di Florence Nightingale, che quattro anni prima aveva sperimentato una forma di assistenza nel corso della guerra di Crimea.
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