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spettacolo
"La Meglio Gioventu'" (Parte I e Parte II)
di Franco Olearo

E' impegnativo parlare del film "la meglio gioventù": lo è per la durata (sei ore di proiezione divise in due parti); lo è per l'ambizione di voler raccontare, attraverso i destini dei componenti di una famiglia italiana, le vicende italiane degli ultimi quarant'anni (l'esser giovani nel '66 andando alla scoperta del mito Scandinavo; l'alluvione di Firenze, la partita Italia -Corea del '66 e Italia-Germania del '70; la lotta alla mafia, l'autunno caldo ed il terrorismo; tangentopoli e l'inquinamento industriale; la crisi della FIAT ed infine il tempo del benessere con relativo casale da ristrutturare). E' impegnativo sopratutto perché tante cose ti restano dentro e non riesci a capire come mai sei ore ti sono parse poche e vorresti stare ancora insieme a Nicola, Matteo, Giulia, Adriana, Mirella, Carlo,... una sensazione sicuramente presente in coloro che quel periodo lo hanno vissuto ma anche, ne sono convinto, nei più giovani.

Il motivo è presto detto: noi non abbiamo assistito ad un sunto degli ultimi decenni della storia d'Italia dove le vite private di una famiglia fungono da puro collante e da specchio su cui tali vicende si riflettono, ma è vero il contrario: ci siamo trovati di fronte a personaggi veri (come non lo sono stati da molto tempo nei film italiani) che ci appassionano e ci coinvolgono. Potremmo arrivare a dire che è la vicenda umana e sentimentale dei protagonisti a costituire il cuore pulsante del film e che questa potrebbe benissimo essere la ragion d'essere dell'opera, senza il necessario riferimento alla cronaca Italiana, se non in una funzione puramente strumentale per scandire il tempo che passa.
Anche questa conclusione è errata. In realtà (ecco, ora ci stiamo avvicinando all'essenza del film) l'umanità che ci propone Marco Tullio Giordana è una umanità per così dire "applicata". In diversi ambiti e con diverse aspirazioni, ogni personaggio ha la sua ragion d'essere nel mestiere che svolge , costituisce il suo modo di intervenire sulla società per trasformarla.
Lo psichiatra Nicola cerca, come seguace di Franco Basaglia, di far chiudere i manicomi, segno di violenza e discriminazione; suo fratello Matteo cerca quelle "regole che non trova" nel mestiere di poliziotto; la loro sorella, come magistrato, è impegnata a contrastare la mafia siciliana. A modo suo c'è anche Giulia, che sceglie la scorciatoia della rivoluzione armata e l'amico Carlo, che con una brillante carriera in Banca d'Italia, cerca di conciliare il progresso economico con quello civile. Nell'arco del film i protagonisti sono spesso ritratti nel compiere con convinzione il proprio lavoro, in felice contrasto con tanti film privatissimi (si pensi agli ultimi film di Muccino: "l'ultimo bacio" e "Ricordati di me", dove la preoccupazione principale è quella di alimentare il proprio egocentrismo insicuro a dispetto degli altri).
Allo stesso modo , per tutti i protagonisti, è importante la famiglia, alla quale dedicano il giusto tempo ed affetto. Tullio Giordana dedica tanto temo a raccontarci in dettaglio come la famiglia riunita al gran completo si diverta al gioco del "mercante in fiera" la sera di Natale , quanto a descriverci la strage di Capaci.

Questo non vuol dire che tutti trovano quel che cercano, ma lo cercano senza sosta. Da questo punto di vista la figura più tragica è quella di Matteo, brillante universitario che vorrebbe intorno a sé un mondo giusto ed ordinato (per questo sceglie il mestiere del poliziotto) ma il mondo non è né giusto né ordinato e lui, non potendo o non volendo aprirsi alla comprensione dell'umanità misera e dolente che sta intorno a lui, non trova altra soluzione che cercare un ordine puramente formale, rispettato con violenza, verso gli altri e verso sé stesso.

Nicola parte da una visione opposta: è convinto che l'umanità vada cambiata dal di dentro: con pazienza e comprensione, come quando cerca di per riportare equilibrio e serenità in quei malati di mente che sono stati affidati alle sue cure.
La sua coerenza etica si manifesta in pieno quando non abbandona Giulia, la donna che ha amato e dalla quale ha avuto una figlia, ormai in carcere perché condannata come terrorista. In un drammatico incontro nel parlatorio, a lei, riluttante e chiusa in sé stessa, Nicola chiede, solo allora, in quelle condizioni, quello che fino a quel momento per le loro convenzioni sessantottine era stato un tabù: di sigillare il loro legame con il matrimonio.
Non c'è alcun riferimento religioso nel film, ognuno appare arbitro diretto del proprio destino (in una sequenza memorabile che è quasi il baricentro del film, Nicola, colpito dalla doppia sventura del fratello e di Giulia, ha un momento di umano sconforto e si chiede se non ha sbagliato tutto con le persone che ha amato) ma c'è un Fato che agisce sopra tutto e tutti e che alla fine, complice il tempo, permetterà che chi ha amato e creduto nella solidarietà degli uomini, trovi la giusta pace.

Un' ultimo accenno alla madre, interpretata mirabilmente da Adriana Asti. Una madre apparentemente in secondo piano, dolce e serena ma in realtà la vera spina dorsale della famiglia. I figli, ormai grandi, ricordano ancora i suoi insegnamenti (Adriana è un'insegnante di scuola media) che hanno forgiato la loro cultura ma sopratutto ha impresso in loro quel loro modo di vivere la vita con impegno. Essa è anche vera mater dolorosa (in una scena mirabile), quando il lutto colpisce la famiglia e i figli la circondano di affetto accorato.

Tullio Giordana ha diretto magistralmente gli attori, tutti bravissimi, ottima la fotografia, piena di suggestioni la colonna sonora. Imponente la sceneggiatura di Rulli e Petraglia che solo qualche volta cede in ovvietà quando è costretta a spiegare il contesto storico. La seconda parte non porta grandi novità rispetto alla prima , dove tutti i personaggi ed i principali avvenimenti sono stati impostati. Ma tutto questo può venir trascurato; possiamo senz'altro pronunciare la parola fatidica: si tratta di un capolavoro.

Un' ultima annotazione, tutta personale: grazie, Tullio Giordana, per aver reso di nuovo affascinanti i personaggi positivi

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