
Paolantonio ha sempre scandito il suo lavoro procedendo per “cicli”, come, ad esempio, “Il labirinto, umori e timori di una testa”, “Memoria del sottosuolo”, Dietro il sipario”, “Dove andiamo”, fedele al suo “stile”, al suo linguaggio comunicativo chiaro e diretto, al suo modo di concepire e praticare la pittura e la grafica, tra una interpretazione metafisica e una rigogliosa vena surrealistica, con forme e soggetti decontestualizzati, astorici, sospesi al di là del tempo e dello spazio, esistenze remote, apparire di luoghi inesistenti che diventano luoghi … dell’apparire. In un suggestivo, quanto a volte allarmante, indecifrabile intrecciarsi (e di contrapporsi?) tra realtà e finzione, evidenza fisica e sogno.
A questo importante artista la Galleria “Arianna Sartori. Arte & Object Design” di Mantova, a poco più di dieci anni dalla sua scomparsa, di Mantova, gli dedica una nuova e interessante mostra-omaggio con una selezione di oltre venti opere tra oli e tecniche miste, curata da Arianna Sartori, organizzata dalla Signora Maria Teresa vedova dell’artista, e presentata da Maria Gabriella Savoia, che tra l’altro ha scritto: “La vena artistica di raffinatissima qualità di Paolantonio si evidenzia insieme alla perfezione di esecuzione; ma tutto il suo lavoro è rivolto ad un pubblico selezionato, abituato ad un linguaggio di per sé ermetico. La sua ricerca fatta di riflessioni costanti e di tanta solitudine, ha prodotto con un ritmo incalzante opere che nella riflessione sulla vita dell’uomo e sui fatti della quotidianità trova tutta la sua motivazione d’esistere. Nella scelta di una figurazione surreale dove il tempo non è né presente, né passato, né futuro, il concetto del tempo è sublimato nell’indefinito. Paolantonio gioca con le parole, dicevamo di una pittura colta... profili umani definiti da fili, indecifrabili, curiose silhouette, uomo o donna non conta, gli occhi e la bocca sono gli aspetti più vicini ad un aspetto veritiero, particolari inquietanti di un contesto vacuo, parlare per dire cosa, se poi il parlare non è ascoltato o peggio nemmeno tenuto in considerazione. Allora l’uomo è perduto? Paolantonio non si erge a giudice, piuttosto cerca di scuotere e denunciare quel malessere sociale che ormai ci coinvolge tutti e dal quale pare non ci sia via di uscita. L’artista produce per cicli, e così gli ambiti si allargano e i limiti si allontanano, il paesaggio scompare, si può vivere in una sovra realtà dove glaciali rappresentazioni siderali di racconti senza storia portano a riflessioni sulla provvisorietà della vita. Allora mi domando se il non-segno, oppure la progettualità di un segno così rarefatto sia indice di mancanza di emozione e di sentimento, o non piuttosto, una lunga dilatazione nel tempo del pensiero?”.
Paolantonio, nel corso del suo lavoro, ha “collezionato” tanti prestigiosi riconoscimenti dalla critica più attenta e selettiva, nonché innumerevoli esposizioni, tra cui questa che ci viene offerta dalla Galleria Sartori, che lungo tanti anni ne ha seguito e “certificato” i momenti più significativi. Riguardo a una di queste, nel febbraio del 2021, annotavo in un mio articolo pubblicato su “Nonsolocinema” di Venezia, sulla sua lettura del paesaggio: “La pittura di paesaggio di Paolantonio è contemplazione della natura. E dunque osservazione, ammirazione, raccoglimento. Nella natura c’è un mistero, destinato a restare segreto, che è lo stesso dell’esistenza dell’uomo. È piuttosto un percepire, un com-prendere qualcosa di nostro: il “numinoso” della natura somiglia alla scintilla del divino che è nell’uomo. Non è misticismo né sentimentalismo, ma lo stato d’animo genuino e profondo del senso e dei perché della vita; è lo sgomento e il fascino che suscita la bellezza nella solitudine. La contemplazione della natura nell’arte dell’artista monzese, come nella vita, è una purificazione e un superamento, è un momento catartico, per una comprensione del mondo e un miglioramento di sé. Purezza dell’assoluta priorità dell’idea della natura si ha col Romanticismo, annunciato dal Sublime e dal pittoresco; con esso s’impongono principi come la Natura come tempio, la malinconia, la sensazione di una mancanza, i trasalimenti della bellezza, il vago presagio della fine, l’anelito all’infinito. Il fenomeno esplode per quantità e qualità, per purezza di scelte, per proseguire nei vari realismi e con modi particolari nell’impressionismo e tutte le successive correnti e movimenti. Va detto poi che la poesia e la pittura hanno esaltato la natura ma è nella pittura, come quella di Paolantonio, che la descrizione del dato naturale è più netta, prolungata, dettagliata, come ha scritto Gyorgy Luckàcs nella sua Estetica”.
Tra le numerose e prestigiose testimonianze critiche raccolte su Paolantonio, va ricordato un breve stralcio dall’ intervento del grande Roberto Sanesi in occasione della personale del maestro allo Studio d’Arte Grafica di Milano nel 1981: “Spesso silenziosamente metafisiche, assorte in un clima onirico di grande limpidezza, le messe in scena di Paolantonio denunciano che se anche ogni atto percettivo ha bisogno della percezione di un corpo, ciò che quel corpo significa è percettibile solo passandovi attraverso, così che è forse da cogliere in una presenza per assenza (la traccia, l’ombra, il riflesso …) che omologa il corpo a ogni altro oggetto che lo circonda”.
articolo pubblicato il: 27/02/2026 ultima modifica: 28/02/2026